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Il Classico del Mese : MILES DAVIS “KIND OF BLUE” 1959

MILES DAVIS “KIND OF BLUE” 1959

A pochi giorni dal trentennale della scomparsa MILES DAVIS (1926-1991), uno dei
più grandi, se non il più grande, protagonisti della storia della musica afro-americana,
sentiamo il dovere di dedicare a lui la puntata di ottobre
della nostra rubrica mensile dedicata alle opere “classiche” della musica jazz.
Fiumi di parole, di esegesi critiche, di interpretazioni musicologiche sono state spese
negli anni per descrivere “Kind of Blue“, autentico capolavoro del jazz, e ad esse rimandiamo
i nostri lettori se interessati ad una sua disamina puramente tecnico-didascalica.
Essendo infatti noi degli appassionati e non dei critici professionisti, ci limiteremo ad
un approccio di natura emozionale, enumerandovi pochi, ma a nostro giudizio significativi,
motivi per cui è indispensabile che “Kind of Blue” occupi
un posto d’onore in una completa raccolta di incisioni di musica jazz.
Diremo innanzitutto che Miles Davis è stato un caposcuola nello sviluppo della musica
afro-americana, e in quanto tale è stato anche artefice, diretto o indiretto, dei molti
cambiamenti espressivi che nel corso dei decenni essa ha subìto: partito dal bebop
nel quintetto di Charlie Parker, Davis ha poi “raffreddato” il jazz proponendo, tramite il suo
epocale nonetto di “Birth of the Cool” (di cui certamente riparleremo in futuro), una
musica più strutturata e meditata, spesso arrangiata con stilemi quasi classici:  il “cool
jazz” (inappropriatamente e infelicemente tradotto come “jazz freddo”). Dopodichè Miles
si riappropria di una lettura più sanguigna del jazz proponendosi come alfiere dell’ “hard-bop”
svolta che lo farà approdare successivamente al “jazz modale”, di cui “Kind of Blue” è
la testimonianza più rappresentativa. Successivamente Davis darà un altro scossone
al jazz inventando il “jazz elettrico”, indicando la direzione agli altri musicisti col suo
fondamentale “Bitches Brew” (1969)  fino ad arrivare, dopo un periodo di crisi e di
tentennamenti espressivi, a proporre musiche più adese alle tendenze contemporanee che
in ogni caso hanno lasciato un’ influenza significativa nei musicisti più avanzati
(ascoltare “Tutu” e “Do-bop” per capacitarsene).
“Kind of Blue” è un disco che può anche non piacere ad un primo e superficiale ascolto:
a parte quelli con dei riff facilmente (e piacevolmente) assimilabili (“So What” e “All Blues”),
i brani sono sfuggenti, a volte enigmatici e vagamente catatonici (“Blue in Green”), la
estrema modalità delle loro armonie li rende ostici ad un orecchio distratto e impreparato,
l’ascoltatore è più sensibile alle impennate solistiche dei sei magnifici musicisti che
al quasi inavvertibile dipanarsi del tessuto armonico… ma qui è la grandezza della musica
di questo disco, musica che sembra generarsi dal nulla e nel nulla scomparire, dopo aver
provocato un’emozione indelebile che si comincia a provare compiutamente
dopo averla ascoltatata più e più volte, lasciando il desiderio di ascoltarla
ancora per carpirne i più profondi segreti.
Si è detto dei musicisti, sei tra i più grandi maestri del jazz degli anni cinquanta e sessanta
(sette se si conta anche la estemporanea presenza al piano di WYNTON KELLY in un
brano del disco): oltre a Davis, naturalmente alla tromba, una sezione sax ineguagliata in
tutta la storia del jazz (e non è solo una nostra opinione) costituita da JULIAN “CANNONBALL”
ADDERLEY all’alto, JOHN COLTRANE al tenore… c’è bisogno di dire altro?!  Al piano, oltre al
già citato Kelly, BILL EVANS (scusate se è poco…), al contrabbasso PAUL CHAMBERS, JIMMY COBB alla
batteria. Un gruppo di “all stars” potremmo dire, ma in realtà la grandezza di questa incisione
risiede nell’ interplay sopravvenuto tra i musicisti più che dalla somma dei loro valori,
interplay che ha quasi del miracoloso considerato il fatto che il leader, Davis,
aveva dato pochissime indicazioni sulla musica da suonare…
poche segnalazioni armoniche e ancor meno tracce melodiche, tutto si svolse,
e la cosa è testimoniata dai tecnici e dai produttori che assistettero alle registrazioni, in
una atmosfera sospesa, astratta, quasi mistica, a luci spente in modo che i musicisti
potessero concentrarsi esclusivamente sulla musica…

Provate anche voi ad ascoltare al buio questo disco meraviglioso… sarà una esperienza
sorprendentemente inaspettata… e se non lo sarà, ascoltatelo ancora, e ancora, e ancora…
vedrete che non vi verrà voglia di riaccendere la luce…

L.C.





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